SACRO CUORE DI GESÚ




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Non c’è nulla nella devozione al Sacro Cuore di Gesù, che non sia già contenuta in nuce nel Vangelo di San Giovanni, il privilegiato che poté davvero posare fisicamente il capo sul petto del Maestro durante la sua vita terrena e che restandogli sempre accanto, meritò l’onore di custodirne la Madre. Che tale esperienza dovesse coincidere con un trattamento speciale è implicito non solo nei Vangeli, ma in tutta la tradizione proto cristiana, prendendo a fondamento il famoso passo episodio in cui Gesù investì della dignità papale Pietro, lasciando discosto Giovanni (Gv. 21, 19-23)

Da questo fatto e dalla sua eccezionale longevità, (morì ultra centenario) nacque la convinzione che l’amore e la confidenza nutrita nei confronti del Maestro costituissero una specie di canale privilegiato per giungere direttamente a Dio, indipendentemente dall’osservazione degli altri precetti. In realtà nulla giustifica questa convinzione negli scritti dell’Apostolo e soprattutto nel suo Vangelo, che giunge tardivo, dietro esplicita ed insistente domanda dei discepoli e vuol essere un approfondimento, non una modifica di quanto già affermato dai sinottici. Casomai l’amore per Cristo rappresenta un incentivo ad osservare più scrupolosamente le leggi, in modo da divenire appunto tempio vivente di quel Verbo che rappresenta l’unica luce del mondo, come spiega l’indimenticabile Prologo.

Per millecinquecento anni la devozione al Cuore come idealizzazione dell’Amore Divino restò dunque una realtà implicita alla vita mistica, che nessuno provò la necessità di promuovere come una pratica a se’ stante. Innumerevoli sono i riferimenti presenti in San Bernardo di Chiaravalle (990-1153), che tra l’altro introduce la simbologia della rosa rossa come trasfigurazione del sangue, mentre S.Ildegarde di Bingen (1098-1180) “vede” il Maestro e ne ha la consolante promessa della prossima nascita degli ordini Francescano e Domenicano, atti ad ostacolare il diffondersi delle eresie.

Nel XII sec. il centro di questa devozione è senza dubbio il monastero benedettino di Helfta, in Sassonia (Germania) con santa Lutgarda, Santa Matilde di Hackeborn, che lascia alle consorelle un piccolo diario delle sue esperienze mistiche, in cui compaiono delle preghiere al Sacro Cuore. Quasi certamente Dante si riferisce a lei quando parla di “Matelda”. Nello stesso monastero di Helfta giunge nel 1261 una bimba di cinque anni che mostra già una precoce inclinazione per la vita religiosa: Geltrude. Morirà agli inizi del nuovo secolo, dopo aver ricevuto le sacre stimmate. Con tutta la prudenza che la Chiesa consiglia di fronte alle rivelazioni private, va segnalato il fatto che la santa si intratteneva in sacre conversazioni con l’Evangelista Giovanni, a cui chiese perché non si rivelasse agli uomini quale porto sicuro fosse il Sacro Cuore di Gesù contro le insidie del peccato… le fu risposto che questa devozione era riservata agli ultimi tempi.

Ciò non impedisce una maturazione teologica della devozione stessa, che attraverso la predicazione degli ordini mendicanti francescano e domenicano diffonde anche fra i laici una spiritualità radicale. Si concretizza così una svolta: se fino allora il cristianesimo era stato trionfante, con lo sguardo fisso alla gloria del Cristo Risorto, ora si verifica una crescente attenzione all’Umanità del Redentore, alla sua vulnerabilità, dall’infanzia alla passione. Nascono così le pie pratiche del Presepio e della Via Crucis, innanzitutto come rappresentazioni collettive atte a far rivivere i grandi momenti della vita di Cristo, poi come devozioni domestiche, incrementando l’uso di quadri ed immagini sacre di vario tipo. Purtroppo l’arte sacra ed i suoi costi daranno scandalo a Lutero, che insorgerà contro la “banalizzazione” della fede ed insisterà per un più rigoroso ritorno alla Bibbia. La Chiesa Cattolica pur difendendo la tradizione si vedrà dunque costretta a disciplinarla, fissando i canoni delle rappresentazioni sacre e delle devozioni domestiche.

Apparentemente dunque la confidenza libera che aveva ispirato tanta fede laica negli ultimi due secoli veniva frenata, se non addirittura colpevolizzata.

Ma un’inaspettata reazione era nell’aria: di fronte alla paura del demonio, così come esplode con l’eresia luterana e le relative guerre di religione, quella “devozione al Sacro Cuore” che doveva consolare le anime negli ultimi tempi diventa finalmente un patrimonio universale.

Il teorizzatore fu san Giovanni Eudes, vissuto fra il 1601 ed il 1680, che si concentra sull’identificazione con l’Umanità del Verbo Incarnato, fino ad imitarne intenzioni, voleri e sentimenti.e naturalmente l’affetto per Maria. Il santo non avverte nessuna necessità di separare la vita contemplativa dall’impegno sociale, che era un po’ il vessillo delle chiese riformate. Al contrario invita a cercare proprio nella fiducia ai Sacri Cuori la forza per operare meglio nel mondo. Nel 1648 riesce ad ottenere l’approvazione di un Ufficio Liturgico ed una Messa scritti in onore del Sacro Cuore della Vergine, nel 1672 quelli del Cuore di Gesù. La principessa Francesca di Lorena, badessa delle benedettine di San Pietro a Montmartre, riesce a coinvolgere nella devozione vari membri della famiglia reale.

La sera del 27 dicembre 1673, festa di S. Giovanni Evangelista, Gesù in carne ed ossa appare a Margherita Maria, al secolo Alacoque, una giovane suora dell’ordine delle Visitandine di Paray, che in quel momento esercitava le funzioni d’aiuto infermiera. Il Maestro la invita a prendere il posto di San Giovanni durante l’Ultima Cena “il Mio Divino Cuore” dice “è così appassionato d’amore per gli uomini… che non potendo più racchiudere in se’ le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le spanda… io ti ho scelta come un abisso d’indegnità e d’ignoranza per adempiere a questo grande disegno, affinché tutto sia fatto da me.”

Qualche giorno dopo la visione si ripete ancora, molto più impressionante: Gesù è seduto su un trono di fiamme, più raggiante del sole e trasparente come il cristallo, il suo cuore è circondato da una corona di spine simboleggianti le ferite inferte dai peccati e sormontato da una croce. Margherita contempla sconvolta e non osa far parola a nessuno con ciò che le accade.

Finalmente il primo venerdì dopo la festa del Corpus Domini, durante l’adorazione, Gesù rivela il suo progetto di salvezza: chiede la comunione riparatrice il primo venerdì di ogni mese ed un’ora di meditazione sull’agonia nell’orto dei Gezemani, ogni giovedì sera, tra le 23 e mezzanotte. Domenica 16 giugno 1675 fu chiesta una festa particolare per onorare il Suo cuore, il primo venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini, in quest’occasione si offriranno preghiere riparatrici per tutti gli oltraggi ricevuti nel Santissimo Sacramento dell’altare.

Margherita alterna stati di fiducioso abbandono a momenti di crudele depressione. Le comunioni frequenti e la libera meditazione personale non rientrano nello spirito della sua regola, in cui le ore sono scandite dagli impegni comunitari e come se non bastasse la sua delicata costituzione rende la superiora, Madre Saumaise, molto avara di permessi. Quando quest’ultima chiede un primo parere alle autorità ecclesiastiche di Paray il responso è scoraggiante: “nutrite meglio sorella Alacoque” le viene risposto “e le sue inquietudini spariranno!” Se fosse davvero vittima d’illusioni demoniache? Ed anche ammettendo la verità delle apparizioni, come conciliare il dovere dell’umiltà e del raccoglimento claustrale con il progetto di diffondere la nuova devozione nel mondo? L’eco delle guerre di religione non è ancora spento e la Borgogna è tanto più vicina a Ginevra che a Parigi! Nel marzo del 1675 giunge in qualità di confessore del convento il beato padre Claudio de la Colombière, superiore della comunità religiosa dei Gesuiti, che rassicura pienamente le suore sulla verità delle rivelazioni avute. Da questo momento la devozione è proposta con prudenza anche al mondo esterno, soprattutto ad opera dei Gesuiti, dato che la santa era in clausura e la sua salute resterà malferma per tutta la vita. Tutto quello che sappiamo di lei è ricavato dall’autobiografia realizzata dal 1685 al 1686 su consiglio di padre Ignazio Rolin, il gesuita che fu il suo direttore spirituale in quel periodo e dalle numerose lettere che la santa inviava a padre Claudio de la Colombière una volta che questi fu trasferito, nonché alle altre suore dell’ordine.

Le così dette “dodici promesse” del Sacro Cuore con cui fin dapprincipio si è sintetizzato il messaggio, sono tratte tutte appunto dall’epistolario della santa, perché nell’Autobiografia non ci sono consigli pratici:

ai devoti del mio Sacro Cuore darò tutte le grazie e gli aiuti necessari al loro stato (lett. 141)

stabilirò e manterrò la pace nelle loro famiglie (lett. 35)

li consolerò in tutte le loro afflizioni (lett. 141)

sarò per loro sicuro rifugio in vita e soprattutto nell’ora della morte (lett. 141)

spargerò abbondanti benedizioni su tutte le loro fatiche ed imprese (lett. 141)

i peccatori troveranno nel mio Cuore una inesauribile fonte di misericordia (lett. 132)

le anime tiepide diventeranno ferventi con la pratica di questa devozione (lett. 132)

le anime ferventi saliranno rapidamente ad un’alta perfezione (lett. 132)

la mia benedizione rimarrà nei luoghi in cui verrà esposta e venerata l’immagine del Sacro Cuore (lett. 35)

a tutti coloro che opereranno per la salvezza delle anime, darò le grazie per poter convertire i cuori più induriti (lett. 141)

le persone che diffonderanno questa devozione avranno i loro nomi scritti per sempre nel mio Cuore (lett. 141)

a tutti coloro che si comunicheranno nei primi venerdì di nove mesi consecutivi, darò la grazia della perseveranza finale e della salvezza eterna (lett. 86)



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